In questa pagina si presenta una breve biografia di don Angelo Confalonieri che si cerca di aggiornare in base alle continue ricerche. Dopo la biografia si riporta il "testo base" in italiano della relazione tenuta in lingua inglese nel Parlamento di Darwin il 12 luglio 2017.


Angelo Confalonieri fu, allo stato attuale delle ricerche, il primo “uomo bianco” ad aver scelto di vivere liberamente con e per gli aborigeni australiani. Il missionario nacque a Riva del Garda il 22 giugno del 1813; nella biografia del 1850 di don Giovanni Cimadomo, compagno di scuola di Confalonieri, la data di nascita indicata è il 13 giugno 1813; ma i documenti originali attestano con certezza che Confalonieri nacque il 22 giugno del 1813.

Studiò anche a Trento nell’istituto che oggi è il liceo classico “G. Prati”, ove fu compagno di scuola sia del Cimadomo che del futuro poeta Giovanni Prati; il liceo fu a quest'ultimo intitolato nel 1919. Il 14 luglio del 1839 venne ordinato sacerdote e celebrò la sua prima messa a Castelnuovo in Valsugana. Fin da subito manifestò il desiderio per la missione in luoghi lontani; l’occasione gli fu offerta a Roma dall’irlandese John Brady, vescovo di Perth. E così, Confalonieri giunse in Australia, a Perth, l’8 gennaio del 1846 assieme ad un gruppo di missionari e suore di varie nazionalità. Qui, assieme a due catechisti irlandesi, James Fagan e Nicholas Hogan venne assegnato a Port Essington nella penisola di Cobourg nel nord del continente presso un presidio militare inglese, il “Victoria”. I tre partirono da Sydney, per Cobourg, ad inizio aprile del 1846 ma, durante il viaggio, il loro veliero andò a sbattere su una scogliera inabissandosi in poco tempo. Molti passeggeri annegarono e fra questi i due missionari irlandesi, ma fortunosamente Confalonieri venne tratto in salvo. Anziché rinunciare alla missione egli scelse, anche se solo, di farsi portare a Port Essington. Presso il “Victoria” il missionario venne aiutato dal comandante John McArthur che lo sostenne e gli fece costruire dai soldati, a grande distanza dal presidio, una capanna su un promontorio, il Black Point (penisola di Cobourg), in modo tale da permettergli di vivere fra i nativi nel territorio del popolo Majurnbalmi. Il nome aborigeno di Black Point è Namarrgon (l'uomo fulmine). Confalonieri per due anni visse con gli aborigeni adottando uno stile di vita estremamente duro per un europeo. Inoltre, rapidamente, sorprendendo innanzitutto i contemporanei, imparò le loro lingue scrivendo pure due frasari e disegnando una mappa della penisola di Cobourg. Insegnò i principi del cristianesimo anche se, dato il contesto, non riuscì nella sua opera di conversione. Purtroppo la dura vita sfibrò il missionario; la febbre esiziale che lo colse nel 1848 non gli permise di portare avanti la propria azione. Morì il 9 giugno del 1848, ma nonostante i soli due anni trascorsi con gli aborigeni, a differenza di altri che gli incontrarono, egli fu disponibile a mutare “pelle” e metodi di evangelizzazione a tal punto che, i nativi, gli attribuirono un “nome di gruppo di pelle”, Nagoyo, per integrarlo nella loro società.

La conoscenza di lingue native australiane del missionario, affascina e colpisce ancora oggi per quello che fu in grado di fare in così breve tempo. Riuscì infatti a comprendere e trascrivere un misto di Garig e Iwaidja due lingue non scritte, strettamente imparentate fra loro, della regione di Cobourg Peninsula.

Scrisse due frasari bilingui, in lingua indigena locale e in inglese. Il titolo del manoscritto del 1846 è: ‘‘Manner of speaking or Short Conversation with the Natives of P. Essington, N. Australia”. Il titolo del frasario del 1847 è: “Specimen of the Aboriginal Language or Short Conversation with the Natives of North Australia, Port Essington 1847”. Fu decisamente un’impresa unica nel contesto australiano del tempo; esistono infatti, dell’epoca, elenchi di termini linguistici, ma non esistono frasari che aiutino a comprendere usi, strutture grammaticali e sintattiche delle lingue. Nelle parole tradotte da Confalonieri troviamo Nagoyo. Il termine, secondo gli studi del linguista Bruce Birch, rivela una sorta di relazione di parentela. Infatti, in virtù di un sistema noto come “sistema dei gruppi di pelle” (Skin System) si instaurava una specie di parentela con quella persona; rapporto che evidentemente fu istituito dagli aborigeni fra loro e Confalonieri. Assegnare un nome di gruppo di pelle ad un “uomo bianco” era quindi un modo per integrarlo nella loro società a tal punto che, senza un nome di gruppo di pelle, Confalonieri non sarebbe rimasto che un estraneo e quindi uno dei tanti ad averli semplicemente avvicinati e studiati, ma mai accettati nella loro identità culturale. Don Angelo Confalonieri entrava, in tal modo, a far parte del gruppo, acquisendo “parenti” e potenziali mogli. La parola Nagoyo, quale segno di riconoscimento rivela quindi, allo stato attuale delle ricerche, l’integrazione raggiunta fra un prete trentino e il popolo del “Tempo del Sogno”. Integrazione che risulta ancora più sorprendente se opportunamente contestualizzata nell’Ottocento australiano periodo storico che, come sappiamo, è contrassegnato da episodi di diffidenza, esclusione e brutalità operati da parte dei conquistatori nei confronti dei popoli aborigeni.

 DARWIN 12 LUGLIO 2017

Buongiorno a tutti,
oggi, la cosa a dir poco strana, è che un monolingue come me vi parlerà di un missionario che parlava ben sette lingue: l'italiano, il tedesco, il francese, il latino, il greco antico, il garig e l'iwaidja.  Una curiosità: il conoscere il greco antico, come dimostrano gli studi di Bruce Birch, favorì Confalonieri nella sua comprensione delle lingue di Cobourg Peninsula.
Le principali note biografiche di Angelo Bernardo Confalonieri credo siano conosciute da tutti i convenuti. In questi ultimi mesi però la possibilità di consultare documenti inediti ha portato alla luce nuovi aspetti della sua personalità. Il mio compito oggi è quindi quello, anche attraverso le recenti ricerche, di presentare aspetti del carattere del missionario che ci possano aiutare a comprendere ancor più questo "italiano-tirolese" e la sua missione con e per i nativi di Cobourg Peninsula. Un'avventura esistenziale, la sua, esempio di fede e di umanità, divenuta una pagina importante di storia della Chiesa e dell'Australia.
Confalonieri nacque a Riva del Garda il 22 giugno del 1813 in un Trentino, a quei tempi, dominato da potenze straniere. Il Trentino era ed è un'area delle Dolomiti che nella storia dell'Europa ha visto il passaggio di eserciti conquistatori ed ha quindi vissuto secoli, se non millenni, di guerre, invasioni, ma pure di fertili contaminazioni culturali e fra queste, decisamente la più significativa, è quella evolutasi fra il mondo italiano e quello austriaco e che tutt'oggi perdura. Il missionario crebbe e si formò quindi in un ambiente non "puro", ma multiculturale e cattolico e questa multiculturalità si unì a temperamenti a tratti forti e contrastanti. Tutto questo insieme può ed è questo uno degli obiettivi della mia relazione, aiutarci a capire come un prete dell'Ottocento abbia potuto immergersi nella cosiddetta preistoria al punto tale da riuscire ad interrogare ed a motivare, ancora oggi, le nostre coscienze.
Cosa c'è di particolare, di diverso in Confalonieri? Perché egli lotta contro le sue istituzioni per divenire missionario? Perché decide, nonostante il terribile naufragio dove perse i suoi due amici missionari irlandesi e che lo fece giungere solo a Cobourg, di vivere comunque a contatto con i Majurnbalmi e i Nganyjaharr (e i Murran?)? Fra popoli, ricordiamo, dalla cultura totalmente altra, totalmente antica. E lo fece oltretutto all'interno di un clima culturale, quello dell'epoca, che vedeva i nativi come esseri subumani. Ed ancora perché del missionario ritroviamo testimonianze che, se spesso lo descrivono come persona aperta, altruista e tollerante a volte, al contrario,  veniva accusato di essere manesco, indisciplinato e non rispettoso delle autorità? E soprattutto: dove prese le forze, le energie psico-fisiche per vivere con gli Aborigeni? Ricordiamo che, fra chi prima di lui ci provò, vi fu chi abbandonò l'impresa o ne uscì mentalmente disturbato.
Prima però di riflettere su tutto questo, mi preme accennare al clima culturale dell'Europa di metà Ottocento e che fece da terreno fertile per la crescita, lo sviluppo e l'affermazione, decenni più tardi, di forti e devastanti ideologie razziste e pure dell'eugenetica che ebbe suoi effetti, come sappiamo, anche nell'Australia del Novecento. A tale riguardo riporto le parole di John Bede Polding, vescovo di Sydney ai tempi di Confalonieri, il quale scrisse in una sua relazione: «<i>Portoghesi e Spagnoli nell'America inseguivano i poveri nativi a guisa di belve e gli obbligavano a lavorar come schiavi nelle miniere... I coloni d'Australia sembrano voler imitare i loro predecessori di conquista!».</i> A contrastare una visione fortemente "evoluzionista e razziale" vi era quindi la Chiesa la quale vedeva e vede in qualsiasi essere umano, di qualsiasi colore della pelle, cultura o fattezza fisica, una creatura di Dio. Fu questo a segnare l'opera di molti missionari e quindi anche di Confalonieri. Certamente ciò non toglie che anche lui stesso, come la Chiesa dell'epoca considerava a volte i nativi uomini selvaggi, barbari e quindi da inculturare e civilizzare, ma primariamente ed innanzitutto li considerava pienamente persone, pienamente figli di Dio. 
Le riflessioni che ora seguono nascono da precise informazioni sul carattere del missionario. Queste provengono da più fonti: da Giovanni Cimadomo, prete, amico, compagno di studi e primo biografo di Confalonieri; da relazioni di parroci o da istituzioni del governo di allora e pure da personaggi che in Australia ben conobbero don Angelo. Iniziamo con il Cimadomo il quale ci riporta dati importanti, seppur a tratti enfatizzati. L'enfatizzazione si deduce confrontando, ad esempio, le parole da lui riportate del vescovo Polding con quelle originali conservate a Propaganda Fide, o dal fatto che lo stesso biografo non ci restituisce le lamentele ufficiali di alcuni parroci e istituzioni sul comportamento del missionario. Ma il Cimadomo ha comunque il grande merito di consegnarci caratteri della personalità di don Angelo che ci fanno comprendere, di quest'ultimo, la sua ostinazione e determinazione nel perseguire gli obiettivi, la sua forte fede e la sua incredibile forza psico-fisica; aspetti questi determinanti per comprendere come riuscì a superare difficoltà estreme.
In sintesi, si può affermare che il Cimadomo descrive un Confalonieri fortemente motivato alla missione tanto da utilizzare anche mezzi poco leciti pur di raggiungere il suo sogno. Ad esempio egli, dopo tante richieste non ascoltate per giungere a Roma e farsi missionario, scrive ai suoi superiori una lettera di motivazioni inventate allo scopo di farsi concedere il permesso di recarsi a Torino e poi da lì, finalmente, riuscire a scendere a Roma. Ottenuta quindi la licenza il 10 ottobre del 1844 partì entusiasta da Lasa in Alto Adige per raggiungere Torino ed a piedi valicò addirittura l'alta vetta dello Stelvio. Confalonieri era perciò capace di simili imprese; era infatti anche una sorta di atleta dell'estremo. In Trentino, scrive il Cimadomo, per prepararsi a vivere con i nativi, don Angelo allenava la mente ed il fisico con metodi che lo portavano al limite come il digiuno, o come il vestir leggero d'inverno in mezzo alla neve o, al contrario, al vestir pesante d'estate. Inoltre si avventurava in pericolose camminate a piedi valicando in linea retta fino a quattro o cinque montagne di seguito. Vi assicuro che queste sono imprese estreme. Io stesso da giovane provai una volta a raggiungere una sola cima, in linea retta, peraltro senza riuscirvi e vi assicuro che fu un'esperienza di grande difficoltà e di alta pericolosità. Ma il missionario si formava anche nell'arte oratoria e, nei pressi del paese di Volano, veniva addirittura sorpreso dai contadini nei campi ad esercitarsi ad annunziare il Vangelo. Confalonieri era un perfezionista e non sottovalutava nulla che potesse, un giorno, favorirlo nell'evangelizzazione.
E le qualità morali? Cimadomo, suo compagno di studi, ci descrive una persona leale, amica dei bambini e dei ragazzi che sapeva voler bene e sapeva amare. Un uomo, inoltre, di un'onestà talmente rigorosa da rifiutare aiuti economici, pur necessari, se questi avevano una dubbia provenienza. La sua fede era forte, salda e tanto era il suo desiderio di annunziare il Vangelo al punto d'essere pronto al sacrificio della sua vita, come più volte dichiarò lo stesso missionario.
Oltre al Cimadomo, in Trentino, abbiamo altre fonti che ci riportano la personalità di Confalonieri. Vediamo ora quelle che possono sorprenderci dopo aver ascoltato le belle parole del suo primo biografo. Nel dicembre del 1842 il governo del Tirolo lo tratta in giudizio per accuse dell'uso di ceffoni nel suo lavoro di insegnante. Lui pare si fosse difeso motivando che tale uso era un mezzo per rinforzare le persone. Il parroco di Termeno, don Prosser, si lamentava invece di Confalonieri come fonte di fastidi ed incresciosi disordini avvenuti addirittura nella chiesa parrocchiale: quali il camminare o il sedersi in modi quasi di sfida nei confronti dell'autorità.
Il «<i>non prestar obbedienza»</i> di don Angelo si manifestò anche nel rifiuto a «<i>celebrare messa per gli scolari</i>» o di celebrare a tempi non stabiliti. Il suo comportamento irretì talmente il Prosser che questi scrisse «<i>lo pregai di non far diventare piaga questi inconvenienti</i>» ma egli «<i>non dava alcun ascolto alle mie parole»</i> e per questo il parroco chiese, alla fine, che don Angelo venisse sottoposto ad opportuni provvedimenti se non addirittura sostituito.
Un'altra testimonianza datata 23 giugno 1839 è quella dell'amministratore del Seminario di Trento il quale si lamentava di Confalonieri in quanto debitore nei confronti dello stesso Istituto. Pur sollecitandolo, don Angelo non assolveva e per questo l'amministratore ne richiedeva ai superiori la sospensione per la sacra ordinazione in quanto temeva che, una volta ordinato, il credito non fosse più richiedibile. Sappiamo però che il giorno successivo alla lamentela Confalonieri saldò il suo debito. A Castel Tesino invece, nel 1840, al contrario, don Andrea Albertini descrive il Confalonieri come buono, estroso e sacerdote di abilità che si applicava con pienezza alla cura delle anime  mostrando genio alla predicazione.
Ed ora, conclusa la “parte trentina” è finalmente giunto il momento di presentare come egli veniva percepito e giudicato in Australia.
Se si eccettuano pochissimi giudizi negativi per il resto abbiamo una lunga serie di testimonianze che ci consegnano un personaggio stimato, benvoluto se non addirittura amato sia dagli Inglesi che dagli Aborigeni. Per quanto riguarda questi ultimi Confalonieri era amato nonostante fossero accaduti inevitabili contrasti, come ad esempio un furto subito dallo stesso missionario da parte di alcuni di loro.
La testimonianza forse più pesante è quella riportata da Thomas Henry Huxley, biologo e filoso inglese, che soggiornò in Australia dal 1846 al 1850. Secondo Huxley un certo Crawford (il medico del "Victoria"?) gli disse che lui avrebbe conversato a lungo con Confalonieri e che il missionario gli sembrava essere completamente senza sentimento religioso, anche se ben informato sulla teologia e certamente un forte sostenitore della dottrina della Chiesa, ma che era più simile a un avvocato che a un credente.
Un'altra testimonianza che potrebbe indurci a sospettare dell'integrazione di Confalonieri fra i nativi è questa dello scrivano John Sweatman: «<i>Il suo sforzo </i>(di Confalonieri)<i> era però poco utile, per dirlo, con le sue parole 'è un popolo del tutto brutale – animalesco – capiscono solo la loro pancia'. In effetti finché Don Angelo portava una borsa di riso con sé era sempre sicuro di avere un pubblico attento, ma quando questo incentivo mancava, si trovava da solo. I piccoli Aborigeni australiani lo tormentavano anche all'infinito quando egli chiedeva un aiuto per le traduzioni del suo vocabolario, e gli dicevano delle oscenità invece della parola che voleva sapere. Quando poi capitava al povero padre di rivolgere la parola ai nativi, si chiedeva perché si mettevano a ridere così alla sua predica»</i>.
Chiaramente ogni citazione va inserita nel contesto generale e confrontata con le altre; come vedremo subito queste testimonianze non compromettono affatto la figura di Angelo Confalonieri. Per quanto riguarda le parole di Crawford il fatto che lui percepisse una non-fede nel missionario credo che noi tutti, in casi come questi, comprendiamo che anche un prete possa avere dei momenti di scoramento, di fragilità e perché no di dubbio; ed è qui che ricordo, sul tema della fede, san Paolo. Paolo ci dice che la fede senza la carità, non vale nulla. Confalonieri visse per la carità e non a parole o conversando con persone di passaggio, ma nel modo autenticamente cristiano, ovverosia sacrificando la sua vita a favore e nella cura dei più deboli.
E sulla testimonianza di Sweatman sul fatto che i piccoli Aborigeni maltrattavano don Angelo tanto da fargli perdere a volte le staffe, è facile comprendere tali scene per chiunque sia stato nei Paesi poveri.  Scene simili, infatti, sono consuete in quei luoghi ove sono state degradate le culture originarie.
Un'altra ed ultima critica mi viene rivolta, da certi ascoltatori,  quando racconto che Confalonieri manifestò l'intenzione, prima di giungere a Cobourg, di insegnare agli Aborigeni a coltivare la terra, in quanto questo viene percepito, da taluni, come una volontà di sradicare i modi di vita dei nativi. Ma se, all'apparenza, «<i>insegnare a coltivare la terra»</i> A.Cpuò apparire come un tentativo di assimilazione, si può osservare che pure ai nostri giorni l'adoperarsi per dotare i nativi di mezzi culturali ed economici di stampo "occidentale", come l'ecoturismo, risulta, al contrario, essere filosofia di intervento messa in atto da organizzazioni filantropiche proprio al fine di proteggere dall'estinzione le popolazioni indigene e l'ambiente nel quale esse vivono. Infatti, una volta a contatto con la cultura del consumo, i nativi, di qualsiasi luogo ed epoca, se non sono aiutati a difendersi attraverso la comprensione e l'utilizzo di conoscenze proprie dell'invasore, finiscono quasi sempre per subire la disgregazione, se non addirittura la scomparsa, delle loro civiltà. Affermo questo con grande convinzione. Io stesso faccio parte di un team che, nell'Amazzonia più profonda ha salvato ed insegnato ai Caboclos di Xixuaù a crearsi un ecoturismo di sussistenza. Questo ha loro permesso di ritornare in foresta dopo essere emigrati nelle baraccopoli di Manaus ove erano costretti ad elemosinare cibo, finendo spesso ad usare droga ed a divenire malviventi. Sì, forse non avremo più il Caboclo autentico a Xixuaù, ma abbiamo ora tanti nativi felici e ritornati nella loro meravigliosa terra.
Ma per comprendere appieno Confalonieri scelgo ora, fra le tante testimonianze elogiative e riportate in vari documenti, alcune di queste che ritengo particolarmente significative. Ed inizio proprio dallo stesso Sweatman che ci riporta, nel suo <i>Journal</i>, in modo ampio e preciso, un Confalonieri completamente diverso rispetto alle righe ove raccontava di un pubblico attento a lui solo a causa, ahimè, di una borsa di riso. In Sweatman, Confalonieri è un uomo dalle grandi capacità intellettuali ed umane. Egli scrive che il missionario era un uomo distinto, ben educato ed un prete molto liberale e tollerante su tutti gli argomenti religiosi. Sweatman prosegue donandoci ritratti belli e profondi, ad esempio quando lo descrive laborioso e zelante nei suoi tentativi di convertire i nativi  o quale grande conoscitore della loro lingua, «<i>una </i>cosain cui nessun altro europeo era mai riuscito» e questo in quanto «era sempre nella terra selvaggia in mezzo a loro con un libretto in mano». Ciò significa, come dedusse Peter Spillet, che la sua facilità nell'imparare la lingua aborigena significava davvero una migliore comprensione del loro modo di essere. Per giungere a questo, egli dovette vivere assieme a loro innumerevoli momenti comuni, infiniti ascolti, conversazioni, contrasti, amicizie ma innanzitutto desiderio di conoscenza reciproca e, ci dice Spillet: «Era molto apprezzato dalla maggior parte degli Aborigeni per il modo con cui tentava di conciliare le differenze tribali, la sua generosità nel condividere i suoi approvvigionamenti». E Confalonieri, dopo aver condiviso un anno di
vita continua con gli Aborigeni riuscì a «parlare
perfettamente il loro linguaggio» (A.C), donandoci persino due frasari delle lingue di Cobourg. 
Ma, soprattutto, adottando  il loro stile di vita nomade, divenne Nagoyo (padre), giungendo quindi ad essere percepito come uno di loro e divenendo anche arbitro in alcune loro controversie.
Scrive ancora Sweatman «piaceva tanto ai nativi per il modo e la libertà con cui adottava il loro vagare e il loro modo di vita irregolare, e si sentiva sicuro in mezzo a loro».
A tal punto che la sua intenzione era di conoscere i popoli aborigeni da Cobourg Peninsula fino al Van Diemen Gulf e all'Alligator River.
Ed a Cobourg fece anche tutto il possibile per gli aborigeni malati a causa di un'epidemia. «<i>Se non fosse stato per il dottor Tilston e padre Confalonieri»</i> scrive Peter Spillet «<i>insieme all'assistenza profusa dal comandante e da altre persone, vi sarebbero stati molti più morti, quasi uno sterminio</i>».
Ed ora la testimonianza del comandante del Victoria, John McArthur una figura a me particolarmente cara in quanto aiutò, fin da subito, il giovane prete delle Dolomiti, lo soccorse e lo apprezzò sempre profondamente. Quando il 9 giugno del 1848 Confalonieri morì, McArthur scrisse che don Angelo meritava il rispetto e la stima ad un punto tale che «<i>le sue spoglie mortali furono accompagnate alla tomba da tutti gli Ufficiali e soldati con quel rispetto che era dovuto ad un uomo di tanta stima</i>».
Ed infine le parole del grande missionario Rosendo Salvado per il quale Confalonieri fu: «<i>Giovane di ottimo ingegno, di santi costumi, la sua morte fu pianta da tutti quelli ch'ebbero la ventura di conoscerlo</i>».
Determinato, ostinato, multiculturale, abile nella comunicazione e nella capacità empatica, atleta dell'estremo, linguista, medico, pacificatore di ostilità fra nativi rivali, educatore. Ed infine e soprattutto un prete che visse con gli Aborigeni immergendosi nella loro vita, camminando con i loro passi.
Tutto questo e forse altro ancora era Confalonieri.
Probabilmente solo un uomo capace di racchiudere in sé tante capacità poteva, a metà Ottocento, decidere in sostanziale solitudine e senza mezzi, di vivere con e per gli ultimi degli ultimi di quel tempo: gli Aborigeni australiani. Ultimi degli ultimi perché venivano considerati, in molti salotti della cultura europea, alla stregua di animali.
Confalonieri dunque, abbandonando innanzitutto i «<i>comodi di una vita agiata e tranquilla</i>»<i><b> </b></i>per amore degli indigeni come scrisse di lui il vescovo Polding seppe convivere e superare giudizi e pregiudizi per giungere, con la forza della fede, al cuore dell'essere umano. Confalonieri credeva nell'uomo perché credeva in Dio.
Più che le percezioni positive o negative di chi lo incontrò, dobbiamo quindi, guardare a quanto fece. E Confalonieri rinunciò ai privilegi che la sua posizione in Trentino gli conferiva scegliendo di immergersi in modi di vita totalmente nuovi e difficili. E lo fece con tutto se stesso. Soccorse, si consumò nell’insegnare, nel tentare di evangelizzare, nel cercare di comprendere. Si spese a favore di uomini sconfitti dalle nuove invasioni.
Rolando Pizzini